Il Blog di Enzo Bianchi

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L’umile asinello cavalca il suo momento di gloria

17/06/2021 00:00

Gianfranco Ravasi

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L’umile asinello cavalca il suo momento di gloria

Gianfranco Ravasi

di Gianfranco Ravasi

Gli animali nella Bibbia. Nel clima della Resurrezione il ciuco celebra il suo riscatto rispetto al secolare disprezzo. Ce lo ricordano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, la voce di Zaccaria e l’asina profetessa citata nel libro dei Numeri.

Il mite e paziente asinello di nome Balthazar subisce ogni sorta di maltrattamenti, si trascina sotto le sferzate dei suoi padroni, quasi senza emettere un raglio, e alla fine è ucciso. In parallelo alla sua misera vicenda scorre quella della giovane Maria, vittima anch’essa della brutalità umana, fino al punto di essere violentata. Il male, incarnato da un mercante di grano, sembra alla fine trionfare sull’innocenza. Molti avranno riconosciuto la trama del film Au hasard Balthazar, girato dal grande Robert Bresson nel 1966, «un film così puro da essere sconcertante», come l’ha definito il critico Paolo Mereghetti. Sconcertante anche perché a impersonare quel mercante principe del male era il freddo indagatore di Sade, lo scrittore e pittore Pierre Klossowski (1905-2001).

 

Abbiamo voluto evocare questo film che ha per protagonista un animale vessato in tutti i sensi, anche metaforici («sei un somaro!», «non fare l’asino», «mettiti in angolo con le orecchie d’asino», «è un asino ma si crede un cavallo» e così via), perché paradossalmente nella pasqua di Cristo questa bestia ha il suo momento di gloria. Il film di Bresson, che era credente, risulta infatti per certi versi cristologico. È facile, infatti, risalire a quella pagina evangelica con la richiesta rivolta da Gesù a due suoi discepoli di recarsi nel villaggio di Betfage sulle pendici del monte degli Ulivi a Gerusalemme per condurgli «un asinello sul quale non si è seduto nessun uomo». Slegato, viene condotto al Maestro, ricoperto di una gualdrappa e su di esso - agli esordi della sua passione – si asside Cristo, che avanza verso la città santa, osannato dalla folla, mentre «molti stendevano i loro mantelli sulla via oppure creavano letti di fronde tagliate nei campi» (si legga Marco 11,1-11 o i racconti paralleli degli altri evangelisti).

 

È proprio lui, il disprezzato ciuco e non il nobile ed elegante cavallo a essere in quel giorno al centro di una scena che diverrà anche un topos artistico (come non pensare all’affresco mirabile di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova o al bassorilievo raffinato del sarcofago di Giunio Basso della metà del IV secolo nei Musei Vaticani?). La spiegazione è da cercare, come spesso accade, nel contrappunto tra i due Testamenti. È l’evangelista Matteo a ricordarcelo, attraverso una citazione del profeta Zaccaria: «Questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Dite alla figlia di Sion: Ecco a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma» (21,4-5). Il passo completo di quel profeta continuava così: «Farà sparire i carri da guerra da Efraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare, e dal Fiume fino ai confini della terra» (9,9-10).

 

Ora, si deve ricordare che l’asino era la cavalcatura dei principi e dei re in tempo di pace, mentre il cavallo col suo incedere potente e fulmineo era più adatto alle campagne militari. Di quest’ultimo Giobbe ci ha lasciato un ritratto folgorante: «Scalpita nella valle superbo, con impeto va incontro alle armi. Disprezza la paura, non teme né retrocede davanti alla spada. Su di lui tintinna la faretra, luccica la lancia e il giavellotto. Eccitato e furioso, divora lo spazio; al suono del corno non riesce a trattenersi. Al primo squillo nitrisce: Aah...! E da lontano fiuta la battaglia, le urla dei comandanti, il grido di guerra» (39,21-25).  

 

Il re che Zaccaria tratteggiava aveva ormai i lineamenti messianici, e la sua non era un’opera di distruzione ma di pacificazione ed è proprio per questo che aveva scelto l’asino come cavalcatura.Significativi sono, infatti, due gesti che egli compie. Primo atto: abolisce l’esercito e gli armamenti, eliminando carri da guerra e archi da combattimento. È un po’ quello che sognava Isaia come ultima meta messianica: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, trasformeranno le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, non ci saranno più esercitazioni militari» (2,4).

 

C’è, però, anche un secondo atto che questo re atteso e sperato metterà nel suo programma di governo. Egli, prosegue Zaccaria, darà il via a una diplomazia della pace: «annuncerà la pace alle nazioni». Si inaugura, così, un nuovo ordine di rapporti internazionali, «da mare a mare, dal Fiume

[Eufrate] ai confini della terra», ossia in tutta la mappa geopolitica di allora, dal mar Morto al Mediterraneo, dall’Eufrate fin all’attuale Gibilterra, considerata come la frontiera estrema della terra. Che questo sovrano sia ben diverso dai politici della storia - e quindi dagli stessi re di Giuda - appare dagli altri due titoli che il profeta gli assegna nell’originale ebraico oltre l’aggettivo «mite» tradotto da Matteo: «giusto» e «salvato». Quando all’orizzonte avanzerà un tale sovrano, si udrà un canto di gioia corale: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme», dichiara infatti Zaccaria in apertura al frammento biblico citato da Matteo.

 

L’asino celebra, dunque, nell’atmosfera pasquale il suo riscatto rispetto a una secolare tradizione colta e popolare: come non ricorrere spontaneamente alla vicenda di Pinocchio oppure, più sofisticatamente, al Trittico del diluvio di Hieronymus Bosch che lo connette al diavolo, marchiandolo come vizioso, o all’Asino d’oro di Apuleio, «metamorfosi» del protagonista Lucio Lunga sarebbe la lista delle denigrazioni che gli sono state riservate nei secoli, tanto che lo storico Roberto Finzi ha potuto elaborare un intero saggio specifico, Asino caro, o della denigrazione della fatica (Bompiani 2017).

 

In verità, nella tradizione biblica, oltre alla voce di Zaccaria e alla scelta di Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme alle soglie della Pasqua, non possiamo ignorare che c’è persino un’asina profetessa, quella di Balaam: è tutto da leggere il racconto delizioso del c. 22 del libro dei Numeri. Nelle pagine sacre gli asini entrano in scena a più riprese e nelle forme più diverse fino a diventare strumento di lotta quando l’eroe Sansone impugna una mandibola scheletrica di asino per eliminare i suoi avversari filistei (così in Giudici 15). Ma nella storia cristiana successiva sarà il santo che chiamerà il suo corpo «frate asino», cioè Francesco d’Assisi, a visualizzare nel suo presepe quella presenza che tutti credono sia invece evangelica in senso stretto. In realtà, il bue e l’asino che alitano sul neonato Gesù nella grotta di Betlemme sono una creazione apocrifa, basata sulla rilettura allegorica di un rimprovero che il profeta Isaia rivolge a Israele: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (1,3).

 

Nella particolare «pasqua dell’asino» che abbiamo voluto ricreare, concludiamo con la testimonianza di un poeta francese, Francis Jammes (1868-1938), convertito al cattolicesimo, che scelse di vivere nella pace agreste, amando le creature semplici dei campi, tanto da intitolare il suo capolavoro Georgiche cristiane. Proponiamo questa sua Preghiera per andare in paradiso con gli asini: «Quando sarà l’ora di venir da te, mio Dio, / prenderò il mio bastone e, sulla grande strada / incamminato, agli asini, amici miei, dirò: Io sono / Francis Jammes e vado in paradiso... / Venite, dolci amici del cielo turchino, / poveri cari animali che, con brusca mossa d’orecchio, / scacciate mosche vili, le api e le percosse... / Fa’, o Dio, che ti appaia, in mezzo a queste bestie / che io tanto amo perché con dolcezza abbassano le teste... / Fa’ che, in pace, ci conducano gli angeli / verso

gonfi ruscelli su cui tremolano ciliegie / lisce come la carne che ride di ragazzine, / e fa’ che, chino sulle tue acque divine, / in questo paese delle anime, assomigli a quegli asini / che specchieranno la loro povertà umile e dolce / nella limpidità dell’eterno amore».

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