Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Il curato di Bernanos sa che la noia fermenta simile a un cristianesimo avariato

04/09/2021 00:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2021,

Il curato di Bernanos sa che la noia fermenta simile a un cristianesimo avariato

La Stampa

Torna in una nuova traduzione il tormentato diario del giovane parroco di campagna scritto nel 1936. Un racconto precursore di desertificazione delle chiese e penuria di vocazioni di cui indica le cause.

La Stampa - Tuttolibri - 04.09.2021

 

di Enzo Bianchi

Certo, ci sono memorabili incipit di testi che hanno fatto la storia della letteratura, ma ci sono anche indimenticabili explicit che suggellando la chiusura di un’opera riescono a sintetizzare tutto lo scritto in un’espressione: la fine del testo che svela il suo fine. “Cosa importa? Tutto è grazia” è l’explicit del Diario di un parroco di campagna di Georges Bernanos (1888 – 1948). Sono le ultime parole del parroco di Ambrecourt, protagonista di uno dei capolavori della letteratura del Novecento, edito ora da Bompiani nella nuova e pregevole traduzione di Stefania Ricciardi.

 

Questo romanzo pubblicato nel 1936 e scritto da Bernanos a Palma di Maiorca, lontano dalla sua Francia occupata dai nazisti, è la sua opera più popolare, acclamata dalla critica e unanimemente ritenuta il suo capolavoro he ottenne grandi riconoscimenti come il Grand Prix de l’Académie française.  André Malraux nella prefazione scriverà che questo libro è l’eredità di Dostoevskij e Balzac. Ma è soprattutto il romanzo da lui più amato, del quale Bernanos ammetteva: “Amo questo libro come se non fosse mio … non ho mai amato gli altri”.  

 

Un romanzo sincero e sconvolgente, rigoroso e austero che si legge con calma e lentezza, non certo tutto d’un fiato da cima a fondo. Il testo è profondo, di una scrittura semplice e meravigliosa ma incredibilmente intensa perché intima, che richiede concentrazione, al punto che non poche pagine impongono di essere rilette per la loro pregnanza. Vi si trovano delle perle, veri e propri apoftegmi degni di Montaigne o Emerson, come “l’inferno è non amare più”: ecco l’insopportabile verità del cristianesimo!

 

La trama, invece, è essenziale, asciutta se non perfino scarna. Nel villaggio rurale d’Ambricourt, nel nord della Francia, un prete fresco di seminario inizia il ministero di parroco che giorno dopo giorno, con franchezza assoluta, annota nel suo diario (un vero e proprio journal intime, un personal diary si direbbe oggi) i piccoli e grandi segreti di una vita, le vicende di cui è testimone e soprattutto gli incontri con le persone di quella che da subito intuisce essere “la mia prima e ultima parrocchia”. Nato in una povera famiglia, con temperamento timido e una certa goffaggine deve affrontare le reticenze e talvolta le malignità dei suoi nuovi parrocchiani che manifestano perlopiù diffidenza nei confronti di questo giovane dal volto triste, magro e sofferente a causa di un costante mal di stomaco. Questo non gli impedisce di prendere delle decisioni per la sua parrocchia: organizza l’attività sportiva per i giovani, incontra regolarmente le famiglie, visita il signorotto locale che mostra apertamente di non sopportarlo, sua moglie la contessa che riuscirà a riconciliare con Dio, la loro figlia Chantal che lo tormenta, il medico che gli dichiara fieramente il suo ateismo. Ha degli incontri tormentati con i confratelli, in particolare con il parroco di Torcy e con il suo immediato superiore, il rude decano di Blangermont, che dubita apertamente delle sue capacità. Il decano, che rappresenta l’esatto l’opposto di ciò che lui è, della sua comprensione della fede e della sua idea di chiesa, lo ammonisce: “Un vero prete non è mai amato… Fatevi innanzitutto rispettare, ubbidire. La Chiesa ha bisogno di ordine”. Appena trentenne, crolla fisicamente e muore per un cancro allo stomaco.

 

Attraverso l’umanità fragile di un giovane prete Bernanos affronta temi fondamentali come la fede, il peccato, il ruolo della Chiesa, la morte, il male, il denaro, la povertà e la ricchezza, la corruzione, la verità, il destino, ma anche il dono di sé, la speranza, la salvezza e la grazia. Tra le maggiori opere è quella nella quale Bernanos si identifica maggiormente con il protagonista, facendogli esprimere il suo pensiero e il suo sentire. Così, attraverso le pagine del diario seguiamo il percorso umano e spirituale d’un uomo di fede viva che tuttavia conosce i dubbi e le crisi nel credere, che si confronta con le contraddizioni della chiesa, ma anche con le incomprensioni di una società che fatica molto a tollerare coloro che escono dai ranghi, non tanto per distinguersi per semplice volontà, ma per le incrollabili convinzioni. Amo il dubbio che abita la fede di Bernanos come quella del parroco che a contatto con la vita e la realtà vede poco a poco trasformare le sue certezze messe a dura prova. Del resto, il parroco di Ambricourt prova nella carne la diffidenza e l’ostilità dei suoi parrocchiani, perfino lo scherno delle bambine del catechismo. “Perdona loro perché non sanno quello che fanno” è il versetto del Vangelo più citato nel romanzo, che è la sua maniera per vincere la tentazione della disperazione.

 

Emerge in filigrana la Francia profonda dell’inizio de XX secolo, nella quale la pratica religiosa è ancora maggioritaria ma che tuttavia non influisce realmente nel quotidiano. Per Bernanos, questi praticanti la cui fede non basta per riunirli attorno al campanile e al parroco, non sono uomini e donne migliori degli altri: egoisti, calunniatori, ipocriti e poco affidabili. L’autore consegna un ritratto abbastanza scuro di una comunità cristiana in piena trasformazione, e della immensa solitudine del suo curato. A distanza di ottantacinque anni dalla sua pubblicazione emerge sempre più come un racconto precursore della crisi della civiltà parrocchiale, della desertificazione delle chiese e della  penuria di vocazioni sacerdotali dei decenni a venire, di cui non troppo sottilmente ne indica le cause. Questo romanzo mantiene intatto il suo significato per noi oggi: certamente, il contesto sociale, culturale e antropologico è molto cambiato rispetto agli anni Trenta del secolo scorso, e tuttavia assistiamo oggi in Europa, in Francia come in Italia, a una situazione che un numero sempre maggiori di osservatori  descrive di profonda trasformazione, di crisi e di evidente depressione nella chiesa e anche la condizione dei preti è molto simile.

 

Il parroco di campagna non ha un nome e soprattutto non è mai chiamato per nome da nessuno, quasi a dire che non è conosciuto in verità da nessuno. E’ per tutti semplicemente l’abbé, il parroco, un sacerdote qualunque. Non ha nome perché la sua figura è quella di tanti preti di un tempo che potevano essere tutti così. Il diario inizia con queste parole: “La mia parrocchia è una parrocchia come le altre. Tutte le parrocchie si assomigliano”, quasi a dire che lui era un parroco come gli altri: tutti i parroci si assomigliano.

 

Uno dei primi problemi al quale il protagonista del romanzo di Bernanos deve confrontarsi al suo arrivo in parrocchia è la frustrazione della noia che anche adesso molti preti denunciano. Nelle prime pagine del diario annota: “La gente è divorata dalla noia … una disperazione abortita, una forma turpe di disperazione, qualcosa di simile a un cristianesimo avariato che fermenta”. La noia fa sì che il mondo che circonda il parroco è in realtà un mondo molto banale, nel quale più che vera e propria cattiveria regna la stupidità, l’indifferenza verso le cose. Bernanos anticipava una condizione che anche noi oggi viviamo: l’indifferenza nei confronti del messaggio cristiano, che è ben peggio dell’ostilità.

 

Il parroco di Ambricourt soffre poi la mancanza di un amico con il quale condividere le gioie e le sofferenze, condizione esistenziale che richiama molto quella solitudine che molti preti ai nostri giorni denunciano, quasi a dire che, un secolo fa come oggi, la solitudine è la condizione alla quale il prete non riesce o forse non può sfuggire. Da qui le domande vengono spontanee: che significato dare al celibato dei preti? Come viverlo? E’ ancora davvero utile, necessario e indispensabile?

 

Ma ciò che nella lettura del capolavoro di Bernanos ogni volta mi impressiona e al tempo stesso mi affascina è il cambiamento dell’immagine di Dio. Il giovane curato vede progressivamente svelarsi davanti a lui un Dio che partecipa al dolore umano e al contempo esperimenta il dramma dello sgretolarsi delle immagini perverse di Dio che lui certamente non teorizza ma che di fatto rifiuta: “Il padrone che serviamo non si limita a giudicare la nostra vita – la condivide, la fa propria. Accontenteremo per molto meno un Dio geometra e moralista”. Questo lo porta a capire il senso nascosto dell’espressione “essere in comunione”, riconoscendo la sua comunione con il dolore del mondo: “Non sono l’ambasciatore del Dio dei filosofi ma il servo di Gesù Cristo”.

 

La scelta del parroco di campagna di morire non nella sua parrocchia ma nella casa dell’amico spretato, allora l’emarginato per eccellenza dalla chiesa, suggella l’esito del suo itinerario interiore. La consapevole scelta ultima è definitiva della sua vita: di stare dalla parte dei peccatori. E’ questo un tipico filone della spiritualità francese che va da santa Teresa di Lisieux, attraversa Charles de Foucauld e giunge fino ai preti operi degli anni Cinquanta e Sessanta. “Sedersi alla tavola dei peccatori”, l’espressione straordinaria di santa Teresa di Lisieux è l’opposto della formazione cattolica che invitava a fuggire i peccatori pubblici ed esaltava la purezza ad ogni costo. Nella misura in cui la chiesa vuole stare all’interno della società contemporanea deve sapere che l’umanità ha oggi un solo bisogno, quello di essere accompagnata nei suoi meandri infermali, nelle sue disperazioni.

 

“Tutto è grazia”, le ultime parole del parroco di campagna sono in realtà parole che Bernanos attinge da santa Teresa di Lisieux, con la quale il protagonista del romanzo condivide, come un fratello, l’itinerario spirituale. “Tutto è grazia”, ossia niente deve essere meritato, neppure l’amore di Dio.

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