Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Cattolici maturi o responsabili?

14/10/2021 00:00

Giannino Piana

Testi di Amici 2021,

Cattolici maturi o responsabili?

di Giannino Piana

di Giannino Piana

L’espressione cattolici maturi suona, a una prima impressione, infelice, in quanto a essa sembra corrispondere un atteggiamento di presunzione — quello del fariseo della parabola — di carattere antievangelico. La maturità della fede non è, infatti, qualcosa di acquisito una volta per tutte; è una realtà permanentemente in fieri, che va costantemente conquistata e riconquistata. La formula, accanto a quella di cattolici adulti, è tuttavia comunemente usata per designare quei credenti che non rinunciano a esercitare la libertà di coscienza di fronte alle leggi ecclesiastiche — si pensi ai cosiddetti precetti della chiesa e alle norme del diritto canonico — o a prese di posizione in materie opinabili del magistero ordinario.

 

Così intesa, essa presenta indubbi aspetti di verità. Da un lato, sul piano oggettivo, sta il limite strutturale della legge, di ogni legge umana, sia civile sia ecclesiale.

 

Rimane fondamentale al riguardo la famosa affermazione con la quale Gesú replica ai farisei, che lo criticano per aver trasgredito e aver lasciato trasgredire ai suoi discepoli il precetto del sabato: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato» (Mc 2, 27).

 

Questo capovolgimento di prospettiva rende trasparente la relatività della legge e l'esigenza che essa venga giudicata in base alla capacità che ha di porsi al servizio dell'uomo e della sua crescita, senza sacralizzarla, quasi rappresentasse un imperativo assoluto e inderogabile.

 

Dall'altro lato, sul piano soggettivo, l'assenso alle leggi della chiesa comporta che spetti alla coscienza debitamente formata l'ultima decisione, rispettando in questo modo la libertà, che è il connotato fondamentale dell'identità della persona. Non vi è infatti dubbio che la moralità si costituisce a partire da quell'«intimo sacrario» — così lo definisce la Gaudium et spes — nel quale la persona è posta di fronte a sé stessa e, per chi crede, di fronte a Dio nella scelta del bene e del male.

 

Il primato della coscienza

 

Il primato della coscienza è fuori discussione. Nonostante l'attenuarsi della sua rilevanza all'interno della chiesa, vi sono nella tradizione della teologia morale del passato preziose testimonianze che confermano tale primato. Nella manualistica, che ha inizio a partire dal diciassettesimo secolo e che privilegia nella valutazione del comportamento l'aspetto oggettivo-materiale (dunque la fedeltà alla norma), non manca l'affermazione che la coscienza è, in ogni caso, la «norma ultima» (o «prossima») cui fare riferimento. Analogamente, laddove si affrontano gli stati soggettivi della coscienza per individuare i diversi livelli della responsabilità personale, si afferma con chiarezza il diritto, anzi il dovere, di assentire alla coscienza «invincibilmente erronea». Si può allora dire, senza tema di smentita, che il vecchio adagio extra ecclesiam nulla salus (al di fuori della chiesa non c'è salvezza) andrebbe sostituito dal nuovo extra conscientiam nulla salus (al di fuori della coscienza non c'è salvezza), nel senso che la fedeltà a quest'ultima costituisce il contenuto decisivo della moralità, la quale è sempre, in definitiva, la mia moralità, quella che esprimo piú o meno bene nei miei atti, ma che ha la sua sorgente e riceve il suo senso nel rapporto con il mio mondo interiore.

 

L'adesione costante delle proprie scelte (che non sono piú scelte nel significato piú profondo del termine) a ciò che viene prescritto dall'esterno — sia pure dalla chiesa — in una obbedienza che non ammette alcuna deroga finisce per identificarsi con una forma di fariseismo ipocrita, che Gesú non cessa di smascherare, perché contrassegnato dalla ricerca di una sicurezza che si traduce in autogiustificazione e alla quale sfugge del tutto la consapevolezza che la salvezza è dono.

 

Il rischio della religione "fai da te"

 

Detto questo — ed è quanto va sempre tenuto in primo piano — non si può dimenticare che la fede cristiana ha una costitutiva dimensione comunitaria; che essa comporta l'appartenenza a un'istituzione — la chiesa — che non è qualcosa di esteriore o di accessorio; è qualcosa di cui si è parte e alla cui crescita si è chiamati a dare il proprio contributo. È come dire che l'essere cristiani non implica semplicemente la coltivazione isolata del proprio rapporto con Dio; comporta l'inserimento nella vita di un popolo in cammino verso la pienezza del Regno. La percezione di questo inserimento vitale nella comunità non può non esigere, in linea di massima, un certo adeguamento (mai passivo e acritico) alle leggi e alle disposizioni sulle quali la vita della comunità si regge, nonché alle prese di posizione del magistero.

 

L'individualismo proprio della cultura in cui siamo immersi — individualismo che ha origine agli inizi della modernità — si fa sentire anche sul terreno religioso. Le ricerche sociologiche di questi ultimi anni — cfr. quella recente di Franco Garelli dal titolo significativo Gente di poca fede, Il sentimento religioso nell'Italia incerta di Dio (Il Mulino, Bologna 2020) — evidenziano la diffusione della tendenza al fai da te, cioè a una forma di religione individualista, in cui il rapporto con Dio (e con un Dio che ci si costruisce a propria immagine e somiglianza) prescinde totalmente da qualsiasi riferimento istituzionale come da ogni partecipazione a esperienze di vita comunitaria.

 

L'importanza della responsabilità

 

Si fa così il passaggio da una dipendenza passiva a una sorta di anarchismo, che fa della religione l'espressione e il supporto della odierna tendenza all'autoreferenzialità che si estende ai diversi campi della vita e dietro la quale si nasconde una concezione egocentrica della persona. La libertà non può essere identificata con il solo libero arbitrio, con la libertà da, dunque la sola assenza di condizionamento; è soprattutto libertà per, la quale implica l'autodeterminarsi indirizzando la propria condotta verso la costruzione di rapporti positivi con gli altri e creando, di conseguenza, le condizioni per l'attuazione di una forma di vera comunione. L'importanza che riveste la partecipazione comunitaria come via di accesso alla salvezza cristiana — non ci si salva da soli, ma sempre soltanto insieme — rende del tutto estranea la chiusura dell'individuo su sé stesso, anche quando vive il proprio rapporto con Dio.

 

La categoria che meglio esprime la presa di distanza dai due atteggiamenti descritti è la categoria della responsabilità. La vera libertà ha nella responsabilità il proprio sbocco naturale; responsabilità la quale implica il farsi carico dell'altro, venendo incontro alle sue esigenze autentiche. La coscienza è interpellata dall'altro — oggi nel contesto di un mondo globalizzato dall'intera famiglia umana incluse le generazioni future — cui deve rispondere — come ci ricorda Emmanuel Lévinas — «in maniera incondizionata».

 

Discernimento e sapienza

 

L'esercizio di tale responsabilità all'interno della chiesa esige l'attivazione di un costante discernimento che deve tenere in considerazione — come già si è ricordato — da un lato, il primato della coscienza, la quale deve essere debitamente formata; e dall'altro, il diverso peso delle norme e del giudizio sulle situazioni contingenti espresso dal magistero della chiesa. Sul primo versante — quello della coscienza — il discernimento ha bisogno di criteri che consentano di chiarire ciò che è giusto nelle diverse situazioni, nel rispetto dei diritti soggettivi e delle istanze comunitarie. Il primo di tale criteri è il riferimento alla Parola da cui ricavare il senso della volontà divina. Rimane, al riguardo, come un punto fermo cui ispirare il proprio comportamento l'affermazione di Pietro e di Giovanni: «Bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini» (Atti 4, 18-19). Ma la volontà divina si manifesta anche (sia pure in misura sempre parziale) attraverso la mediazione ecclesiale. Di qui l'esigenza di attenzione e di ascolto del magistero, che ha il compito specifico di confermare nella fede il popolo di Dio. Non sempre le due fonti in base alle quali operare il discernimento — Parola e magistero — sono in perfetta sintonia tra loro. Si danno situazioni nelle quali è dunque possibile (in alcuni casi anche doveroso) l'esercizio dell'obiezione di coscienza al magistero. Qui entra in gioco il ruolo prioritario della coscienza!

 

Valutazioni prudenti

 

Da questa considerazione nasce allora la necessità — è questo il secondo versante, quello del diverso peso delle norme e del giudizio sulle situazioni contingenti — di mettere in atto una forma di discernimento che si traduce in una valutazione, di volta in volta, del significato e del diverso valore che posseggono. Le leggi positive infatti (e i precetti della chiesa appartengono a questo ambito) non vanno mai assolutizzate. Esse costituiscono il tentativo di incarnare, in modo sempre parziale e provvisorio, i valori cui fanno riferimento. Quindi, se il contesto socioculturale si modifica, occorre modificare le norme per rimanere fedeli ai valori. Se questo vale a proposito del contesto storico, vale anche a proposito della situazione personale, dove la norma la quale — come afferma Aristotele — valet in pluribus sed non in omnibus (vale nella pluralità dei casi ma non nella totalità) può diventare per qualcuno ingiusta o quanto meno eccessivamente gravosa.

 

A presiedere a un serio esercizio della responsabilità deve essere, in questi casi, una forma di saggezza, che i greci definivano epieikia, la virtú regolatrice del rapporto con la legge positiva. In base a un criterio duttile, che comporta il giudizio sulla giustizia della legge, sulla sua capacità di rispondere ai bisogni del contesto sociale e alle esigenze (giustificate) del singolo soggetto. La Scolastica medievale ha tradotto il termine geco epieikia con quello latino di prudentia, lasciando intendere, accanto ai significati evidenziati, una maggiore attenzione a una valutazione globale della situazione, accettando, laddove la norma si presenta discutibile ma non va palesemente contro la giustizia, di adeguare con senso di umiltà la propria condotta a quella della comunità, rendendo in tal modo manifesta l'acquisizione di una vera maturità. L'appartenenza a una comunità esige talora anche la rinuncia a far valere il proprio punto di vista per favorire la crescita comune.

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