Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Il mistero della Trasfigurazione del Signore

04/08/2022 00:00

ENZO BIANCHI

Conferenze 2022,

Il mistero della Trasfigurazione del Signore

ENZO BIANCHI

Nel Cristo trasfigurato è rivelata all'uomo la sua vocazione alla divinizzazione, e all'intero creato il suo destino di comunione con Dio nel Regno che ormai è vicinissimo.
 

Tutte le chiese d'oriente e d'occidente celebrano il 6 di agosto la festa della Trasfigurazione del Signore. Introdotta forse in Armenia all'inizio del IV secolo per cristianizzare una festa pagana della dea Afrodite, o più probabilmente nell'area siriaca alla fine del secolo successivo, la Trasfigurazione fu celebrata in principio per ricordare la dedicazione di una chiesa sorta sul monte Tabor.
 

Dall'oriente la festa della Trasfigurazione passò presto alla chiesa bizantina, dove prese il nome di «Metamorfosi del Salvatore». In occidente essa fu conosciuta dapprima nella Spagna mozarabica, per poi essere introdotta da Pietro il Venerabile nella liturgia cluniacense. Da Cluny e attraverso il monachesimo, dove fu profondamente valorizzata, essa trovò una collocazione stabile nella liturgia della chiesa occidentale soltanto con l'edizione del Messale Romano del 1570.
 

La festa odierna ricorda l'episodio biblico nel quale Gesù fu trasfigurato davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni e mostrò loro la sua gloria mentre conversava con Mosè ed Elia. Con essa la chiesa ricorda il compimento in Cristo di tutte le Scritture, personificate da Mosè ed Elia, e invita il credente a discernere le energie nascoste della resurrezione del Signore che già operano nella storia.
 

Nel Cristo trasfigurato, inoltre, è rivelata all'uomo la sua vocazione alla divinizzazione, e all'intero creato il suo destino di comunione con Dio nel Regno che ormai è vicinissimo.
 

A partire dall'anno 2000, su proposta del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartholomeos I, la festa della Trasfigurazione è divenuta un giorno di particolare intercessione per l'unità dei cristiani.

(Dal Libro dei testimoni - Martirologio ecumenico - Ed. S. Paolo)

Enzo Bianchi

Il mistero che celebriamo è sempre quello della vittoria di Gesù risorto sulla morte: mistero che nella notte tra il 5 e 6 agosto contempliamo nell’evento della trasfigurazione avvenuta sull’alta montagna come rivelazione, apocalisse per tre discepoli, i più intimi di Gesù, quelli chiamati al coinvolgimento totale con il suo abbassamento e la sua glorificazione. È il vangelo secondo Luca che quest’anno ci rende destinatari e testimoni della trasfigurazione, e noi dunque lo ascoltiamo ancora una volta, convinti che l’ascolto è la nostra vocazione, che l’ascolto è la nostra porzione, che l’ascolto è ciò che ci è possibile nei nostri giorni di vita.

 

Gesù sale sulla montagna “per pregare”, dice il terzo vangelo, collocando così la trasfigurazione nello spazio della preghiera di Gesù: anche il suo battesimo era avvenuto mentre egli pregava (cf. Lc 3,21-22), anche la confessione di Pietro è appena stata collocata nello spazio della preghiera di Gesù (cf. Lc 9,18-20), e anche altre azioni decisive di Gesù, come la scelta dei Dodici (cf. Lc 6,12-16), trovano la loro ispirazione e la loro forza nella sua preghiera. Nella preghiera, dunque, Gesù rivela ai suoi la propria relazione con Dio, e questi “vedono la sua gloria”. Cosa è accaduto?

 

Marco e Matteo ci dicono che Gesù “fu trasfigurato” (metemorphóthe: Mc 9,2; Mt 17,2), Luca scrive che “l’aspetto del suo volto divenne altro”. I vangeli sinottici tentano, cercano di dire ciò che non è esprimibile, ma che pure è stata un’esperienza di Pietro, Giovanni e Giacomo. Sull’alta montagna Gesù non è stato visto da loro nella sua condizione ordinaria di uomo fragile e mortale, ma in un’altra forma: irradiante luce, radioso di luce, splendente come il Signore cantato dal salmo  76 (“splendente di luce sei tu e magnifico”: v. 5a) e dal salmo  104 (“avvolto dalla luce come da un manto”: v. 2a). Per dirla con il linguaggio paolino, colui che era “en morphê theoû”, “in forma di Dio”, e aveva preso la “morphé doúlou”, “la forma di schiavo” (cf. Fil 2,6-7), ora riprende la forma di Dio e dunque risplende. Si compie così la profezia di Isaia: “Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni carne la vedrà” (Is 40,5) e accade ciò che è testimoniato dal quarto vangelo: “E la Parola si è fatta carne e ha piantato la sua tenda tra di noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14).

 

Ma qui noi ci poniamo una domanda. Siccome in Marco e in Matteo sta scritto che Gesù “fu trasfigurato émprosthen autôn, davanti a loro” (Mc 9,2; Mt 17,2), e solo davanti a loro, allora ci chiediamo: è il corpo di Gesù che si è trasfigurato oppure sono stati i discepoli che, per grazia di una rivelazione, hanno visto nella carne fragile e umana di Gesù la sua gloria divina? Già Origene si poneva tale domanda, e concludeva che sono stati i discepoli a subire una trasfigurazione della loro vista nella fede, fino a vedere nell’umanità del Servo, nella forma dello schiavo, la forma di Dio (cf. Commento a Matteo XII,37,1-21; su Mt 17,2). Ma affinché questa rivelazione, questa apocalisse sia per i discepoli autentica e definitiva, ecco anche la visione della Legge e dei Profeti, di Mosè ed Elia che conversano con Gesù. Mosè ed Elia, servi del Signore, appaiono qui nella condizione gloriosa di viventi presso Dio, quali testimoni della gloria di Gesù. La Legge e i Profeti che sull’alta montagna avevano visto la teofania, la manifestazione di Dio e della sua gloria (cf. Es 19,16-25; 24,12-18,33,18-34,28; 1Re 19,8-18), ora sull’alta montagna vedono la cristofania, la manifestazione del Messia Gesù! È manifestazione, questa, della Parola di Dio detta dalla Legge e dai Profeti e fatta carne in Gesù. Non a caso, secondo Luca, Mosè ed Elia saranno testimoni e interpreti della tomba vuota: saranno loro – “in abito sfolgorante” (Lc 24,4), come qui è sfolgorante la veste di Gesù – a svelare alle donne discepole che Gesù è il Risorto, il Vivente (cf. Lc 24,4-7).

 

Ma la visione, la phanía, è spiegata dalla voce che scende dal cielo, la voce del Padre che proclama: “Questi è mio Figlio, l’eletto; ascoltatelo!”. Parola di Dio su Gesù ascoltata dai tre discepoli: “Questi è il Figlio”, ecco la relazione tra Dio e Gesù. Gesù è il Messia Figlio di Dio, di cui parla il Sal  2,7, e dunque Dio è suo Padre. E quale uomo nato da Maria è proclamato “l’eletto”, come il Servo profetizzato da Isaia (cf. Is 42,1): Figlio e Servo insieme, Figlio amato e Servo scelto, eletto tra gli uomini. Il Dio invisibile si fa ascoltare, per indicare che ormai l’ascolto va rivolto al Figlio. E così si compie la promessa fatta da Dio nella Torah: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta. Ascoltatelo!” (Dt 18,15). L’ascolto del Dio invisibile significa ascolto del Figlio, di Gesù, il Servo, l’Eletto, il Profeta definitivo dopo il quale non ce ne sarà un altro. “Shema‘ Jisra’el, ascolta Israele!” (Dt 6,4) risuona ormai come: “Ascoltate lui, Gesù!”.

 

Ecco il messaggio dell’evento della trasfigurazione: occorre ascoltare Gesù. Ma ciò va compreso bene: l’ascolto di Gesù è ascolto della parola del Vangelo e non di altre parole, è ascolto di ciò che Gesù ha detto e fatto, è ascolto della sua umanità, quell’umanità che egli ha vissuto con noi, condividendola in tutto, in tutto, senza venire meno all’amore del Padre. È significativo che Luca concluda: “Gesù resto solo”, che significa non la sua solitudine ma che i discepoli dopo la rivelazione vedevano soltanto Gesù, vedevano un uomo. Vedevano un uomo come prima, ma con la grazia della rivelazione da quel momento nell’umanità di Gesù potevano vedere Dio. I discepoli sono dunque invitati a un cammino che è ben riassunto in un detto di Gesù riportato da Clemente Alessandrino: “Hai visto tuo fratello, un uomo? Hai visto Dio” (Stromati I,19,94).

 

Concludo la riflessione con un monito rivolto a me e a voi, amici. Siamo chiamati a esercitarci alla capacità di vedere l’umanità, come i tre discepoli l’hanno vista in Gesù: una “visionedi Dio, almeno per noi, una traccia di Dio. Essere uomini e donne destinatari della trasfigurazione significa anche essere capaci di mutare lo sguardo per vedere l’invisibile nel volto umano, e lì vedere Dio… Al nostro orizzonte c’è la promessa del profeta Malachia: “Si leverà per voi che credete nel suo Nome il sole della giustificazione, nei cui raggi c’è la guarigione” (Ml 3,20). Sole che, illuminando i volti degli umani, così feriti, piagati, sporchi, li guarirà e li farà apparire a noi come i volti dei fratelli di Gesù, dei figli di Dio, di Dio stesso!

 

Permettetemi qui di ricordare il grande impegno e servizio dell’ospitalità monastica. Impegno a ricevere l’ospite, l’altro, come Cristo stesso, perché nell’ultimo giorno lui ci dirà: “Ero forestiero e mi avete accolto” (Mt 25,35). È come dice Benedetto nella sua Regola: “Davanti agli ospiti che arriveranno o partiranno si inchinerà la testa o ci si prosternerà a terra, adorando in essi il Cristo che si accoglie nella loro persona” (53,6-7). Nella nostra vita non facciamo grandi cose, non abbiamo nessun potere né nella chiesa né nel mondo, ma siamo animati dalla passione di vedere in ogni uomo o donna Dio stesso.

 

Questo è il mistero della trasfigurazione: “Hai visto tuo fratello, tua sorella? Hai visto Dio”.

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