Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Dio una parola insufficiente

28/04/2021 00:00

ENZO BIANCHI

Conferenze 2021,

Dio una parola insufficiente

ENZO BIANCHI

di Enzo Bianchi

Alla fine del prologo del quarto vangelo si legge un’affermazione che costituisce una vera e propria sintesi della fede cristiana: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito ce lo ha raccontato (exeghésato)” (Gv 1,18). Exeghésato: verbo che può essere tradotto con “raccontare”, “fare l’esegesi”, “narrare”, “spiegare”, “rivelare”; parola che racchiude in sé tutto il cristianesimo… Più in generale, il versetto in cui tale verbo è inserito va preso estremamente sul serio e inteso in tutta la sua profondità.

 

Giovanni afferma innanzitutto una verità semplicissima, che appartiene all’esperienza comune di ogni essere umano: “Dio nessuno l’ha mai visto”, oppure, come dirà lo stesso autore nella sua Prima lettera, “Dio nessuno l’ha mai contemplato” (1Gv 4,12). Finché noi uomini siamo in vita Dio resta invisibile, inaccessibile (cf. 1Tm 6,16), poiché “chi vede Dio muore” (cf. Es 33,20), come recita l’adagio biblico. Da sempre – secondo la bella espressione utilizzata da Paolo nel suo discorso all’Areopago – “gli uomini hanno cercato Dio, come a tentoni, se mai potessero giungere a trovarlo” (At 17,27): nel cuore dell’uomo vi è un’incessante ricerca di Dio, un quaerere Deum condotto in culture e tempi diversi, approdato a risultati multiformi. Anzi, Dio è stato cercato anche in cammini che non è corretto definire religioni, ma che occorrerebbe chiamare “spiritualità”: mi riferisco al buddhismo, al confucianesimo, “vie” indifferenti all’esistenza di Dio. Già qui emerge un problema di non poco conto: bisogna fare molta attenzione ogni volta che si pronuncia la parola “Dio”, perché è connaturale all’uomo un’ansia che lo spinge a ricercare qualcosa che nelle religioni è definito Dio, mentre all’interno di altre vie spirituali è tensione verso una liberazione, verso una meta capace di dare un senso alla vita…

 

Ma per conoscere Dio non si può cominciare da Dio stesso, prendendolo come punto di partenza per la ricerca. Per definizione Dio è l’Altro, il Trascendente, è “oltre” quanto noi possiamo comprendere e raggiungere. La realtà ultima che chiamiamo Dio è per noi “mistero indicibile / oltre ogni nome“, dice Gregorio di Nazianzo. La tradizione ebraica e quella cristiana testimoniano che noi possiamo conoscere Dio se egli alza il velo, cioè si ri-vela a noi. Vi è una certa conoscenza di Dio in chi lo cerca, ma sempre parziale… La conoscenza decisiva si ha quando si è destinatari della ri-velazione. E la conoscenza piena l’avremo solo al di là della morte, quando saremo davanti a Dio. Tutte le religioni ci apportano qualcosa sulla conoscenza di Dio, ma tutte stanno sotto il giudizio del Vangelo, tutte vanno giudicate dall’immagine che Gesù ci ha dato di Dio.

 

Ebbene, l’uomo cercava Dio a tentoni, ma non poteva conoscerlo pienamente, restava nell’ignoranza (cf. At 17,30); proprio per questo Dio ha alzato il velo su di sé, ha scelto di rivelarsi agli uomini da Abramo (cf. Gen 12) in poi, ponendosi in alleanza con Israele, il popolo disceso da quest’uomo, e impegnandosi con esso mediante delle promesse. E così “Dio ha parlato per mezzo dei profeti”, da Abramo fino a Giovanni il Battezzatore; infine lo ha fatto attraverso Gesù, che non solo è stato “profeta potente in azioni e in parole” (Lc 24,19), non solo è stato riconosciuto quale Cristo, Messia, ma si è rivelato l’ultima e definitiva Parola di Dio agli uomini, il compimento di “tutte le promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza per sempre” (cf. Lc 1,55): è Gesù che ci ha raccontato e spiegato compiutamente Dio. In altri termini, dal momento in cui Dio si è umanizzato in Gesù, quest’uomo ha aperto un sentiero unico per andare a Dio, al punto che egli stesso ha potuto affermare nel quarto vangelo: “Nessuno può andare al Padre se non attraverso di me” (Gv 14,6). Per conoscere in pienezza Dio si deve conoscere Gesù, per credere in Dio si deve credere in Gesù.

 

Dunque il volto personale e concreto di Dio nel mondo è stato rivelato in un uomo, Gesù di Nazaret. Anche nelle tradizioni più antiche dei vangeli sta scritto: “Nessuno conosce il Padre (Dio) se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27; Lc 10,22). Il mistero di Dio è raggiungibile solo da colui al quale Gesù lo dà a conoscere, perché la conoscenza di Dio non sta nelle nostre capacità, non dipende dalla nostra ricerca e dalle nostre fatiche, la conoscenza di Dio si ha quando Gesù la rivela. Gesù, infatti, è la suprema, ultima rivelazione di Dio:

–  è immagine del Dio invisibile (cf. Col 1,15; 1Cor 6,8; 2Cor 4,4; Fil 2,6-11);

– colui nel quale il Dio che ha parlato in molti modi negli ultimi         tempi ci ha parlato in modo definitivo (cf. Eb 1,1-2);

– chi ha visto lui ha visto il Padre (cf. Gv 14,9);

– egli è colui che ci ha rivelato definitivamente il Padre (exeghésato: Gv   1,18).

 

Dio: parola decisiva e tuttavia parola che ha ricoperto significati molto diversi, che si è prestata e si presta a utilizzazioni religiose, sociali, politiche e morali disparate. Sì, per noi cristiani Dio è una parola insufficiente! Scriveva significativamente già Giustino, un padre della chiesa del II secolo: “La parola ‘Dio’ non è un nome, ma un’approssimazione naturale all’uomo per descrivere ciò che non è esprimibile”.

 

Dio è una parola che può contenere tante proiezioni umane, che può essere frutto di una riflessione intellettuale, l’esito di una ricerca di senso fatta dall’uomo; Dio è affermato dai credenti, è negato dagli a-tei (etimologicamente i “senza Dio”)… Ebbene, ciò che è decisivo per la fede cristiana non sta in Dio quale premessa, ma Dio si rivela quale meta di un percorso compiuto dietro a Gesù Cristo e con lui, non a caso definito dall’autore della Lettera agli Ebrei “l’iniziatore della nostra fede” (tês písteos archegós: Eb 12,2).

 

E qui va detto che occorrerebbe prendere maggiormente sul serio il fenomeno dell’ateismo, per chiederci: quando un uomo nega Dio, che cosa realmente nega di Dio? Quale Dio nega? O meglio, quali immagini di Dio, forgiate da noi credenti e dalle chiese, un ateo rigetta? In questo senso, paradossalmente, la parola Dio è pericolosa: si pensi solo alle guerre che si sono fatte e si fanno in nome di Dio, un Dio-con-noi e contro-gli-altri, un Dio vendicativo capace di abbattere i nemici che noi definiamo tali. Senza dimenticare che gli uomini, soprattutto gli uomini “religiosi”, sono sempre pronti a fabbricarsi un vitello d’oro (cf. Es 32,1-6), un Dio plasmato secondo i loro bisogni e desideri… No, noi cristiani andiamo a Dio attraverso Gesù, “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15): narrando Dio con la sua vita, Gesù ha giudicato tutte le immagini e i volti di Dio che gli uomini si fabbricano con le proprie mani, ha giudicato tutte le proiezioni umane che sovente attribuiscono a Dio il volto di un Dio “perverso”. Ormai ciò che di Dio può essere conosciuto e predicato è ciò che è stato vissuto e predicato da Gesù.

 

Dio non lo conosciamo attraverso pensieri, teorie, filosofie, dottrine, ma attraverso l’esistenza umana concreta di Gesù, la sua persona, il suo comportamento, il suo stile di vita. L’uomo Gesù di Nazaret è colui che ci rivela Dio, dunque ciò che possiamo sapere di Dio lo possiamo sapere solo attraverso Gesù che è il Vangelo e attraverso il Vangelo che è Gesù. Dio non lo si conosce elevandosi al di sopra dell’umano o fuggendo, negando la nostra umanità, ma lo si incontra nell’umanità e attraverso l’umano. Questo è il mistero dell’umanizzazione o incarnazione di Dio. Dio si è dato a conoscere in un essere umano, in un uomo concreto che è nato, è vissuto ed è morto. È a partire da questa vita umana che noi crediamo in lui. Dunque il mistero è l’umanizzazione di Dio: “si fece uomo” (Credo), “si fece carne” (Gv 1,14).

 

Si faccia però attenzione a non ripetere stancamente il mistero dell’umanizzazione dicendo che Dio si è fatto uomo per manifestarsi quale Dio o dicendo che questo significa divinizzazione dell’uomo: no, questo mistero significa innanzitutto umanizzazione di Dio. Colui che esisteva fin dall’in-principio, il Verbo di vita noi l’abbiamo udito, contemplato, toccato con le nostre mani (cf. 1Gv 1,1). Dio si è fatto narrare in un uomo, Dio era quell’uomo! Gesù racconta, fa vedere, rivela “chi è Dio e come è Dio”. La Parola non è solo parola di Dio, ma “la Parola era Dio” (Gv 1,1). Anzi, secondo il prologo del quarto vangelo, il Lógos eterno si è fatto sárx (cf. Gv 1,14), carne fragile, mortale, assumendo la nostra debole condizione umana. Dunque, non solo Gesù è Dio, ma Dio è Gesù!

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