Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Riscoprire il re-incanto dei riti contro il disincanto del mondo

15/02/2026 00:00

ENZO BIANCHI

Conferenze 2026,

Riscoprire il re-incanto dei riti contro il disincanto del mondo

ENZO BIANCHI

Gabriel Ringlet rivitalizza gesti convenzionali che hanno perso linfa, per celebrare i passaggi della vita

La Stampa - Tuttolibri - 14 febbraio 2026

 

di Enzo Bianchi

“Che cos’è un rito? È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore”. Questa è una celebre citazione tratta da Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, dove la volpe spiega al protagonista il significato profondo dei riti. La volpe definisce il rito come un gesto ripetuto con costanza che crea significato, dando un senso speciale al tempo e distinguendo un momento ordinario da uno straordinario.

 

Che cos’è un rito? È la domanda che si fa anche Gabriel Ringlet in Des rites pour la vie, edito dalla prestigiosa casa editrice francese Albin Michel, e risponde: “Il rito è l’arte di mettere del ‘cielo’ nelle nostre faccende terrene, non per fuggire dalla terra, ma per abitarla con più consapevolezza e meno paura... Il rito è un laboratorio di umanità dove si impara a non essere più schiavi dell’angoscia”. Da circa vent’anni curo la rubrica “Spiritualità” su Tuttolibri e, se la memoria non mi inganna, è la prima volta che presento un libro straniero. Lo faccio perché ritengo che la riflessione sui riti insieme a la Ècole des rites (Scuola di riti) che Gabriel Ringlet sta portando avanti da anni in Belgio, presso il Priorato di Malèves-Sainte-Marie a trenta chilometri da Bruxelles nel cuore del Brabante Vallone, sia un’esperienza di punta nel panorama europeo che debba essere conosciuta anche in Italia, e persuada editori italiani a pubblicare questo saggio.

 

Presbitero, giornalista, scrittore, poeta, a lungo professore e vicerettore dell’Università Cattolica di Lovanio, nonché membro dell’Accademia Reale di lingua e letteratura francese del Belgio, Gabriel Ringlet ci offre un libro di convinzioni che ripercorre l’invenzione di una via “altra”: quella dei riti di cui il saggista è il celebrante. Una via che si pone non al di fuori e in alternativa dei riti ufficiali della chiesa e delle pratiche cerimoniali laiche, ma acconto ad essi.

 

In un approccio umanista di apertura e dialogo tra cristianesimo, altre religioni e laicità, tra le Scritture e il libero pensiero, egli interroga sia la propria esperienza interiore — quella di un credente che fa dell’elogio della fragilità un cardine del suo pensiero — sia il nostro bisogno di riti che celebrino i passaggi della vita (matrimonio, nascita, lutto, malattia, crisi interiori...) per integrarli e superarli attraverso la simbolizzazione.

 

Attraverso i racconti di chi si rivolge a lui (cattolici praticanti, credenti in rottura con la Chiesa, non credenti...), Ringlet ci immerge nell’invenzione di riti di “re-incanto” (réenchanter) che accompagnano gli eventi decisivi dell’esistenza, nelle loro vesti felici o tragiche. Antropologicamente, i riti assicurano i momenti di passaggio da uno stato all’altro, smussando la difficoltà di affrontare le soglie inserendole in un campo di significazione che le trascende. Il libro si snoda come un invito a rinnovare la celebrazione e ad allargare lo spazio della ritualità: “Re-incantare la parola”, “il sacramento”, “l’addio”, “la liturgia”, “la natura”, “il riso”. Questi sei capitoli rivelano come l’Ècole des rites risponda al paradosso di una “domanda rituale crescente” in un mondo dove le chiese sono sempre più deserte.

 

Libro sulla chiamata interiore e sulla voce che viene da “oltre”, Riti per la Vita testimonia una vocazione di celebrante che ha istituito uno spazio cerimoniale dove gesti e parole rivitalizzano ciò che blocca i flussi della vita, riparano le ferite e rispolverano riti ecclesiastici convenzionali che hanno perso la loro linfa. Che i viaggiatori siano esperti o novizi, atei o cristiani, i riti richiesti sono vissuti come esperienze soggettive. L’importanza dei riti esige un surplus di creatività che, lontano dalle derive commerciali dei “kit spirituali” di mercato, prenda atto della molteplicità dei bisogni. Laddove la società riserva i rituali a date eccezionali, Ringlet invita a una celebrazione del quotidiano. Contro il “disincanto del mondo”, l’Ècole des rites mette in atto un re-incanto dove la contemplazione si unisce all’azione.

 

Des rites por la vie è una raccolta di racconti di celebrazioni attorno alla cura, alle tappe della vita, ai grandi momenti liturgici. Come possiamo benedire un’unione “lontana da qualsiasi chiesa”? Come possiamo rivisitare i riti di passaggio alla vita, dando loro una dinamica completamente nuova? Come possiamo trovare i gesti e le parole che ci aiutano ad accogliere e affrontare le situazioni perinatali più difficili? Come possiamo celebrare un’adozione, una fecondazione in vitro o, all’estremo opposto, l’arrivo di una persona in una casa di cura? E come possiamo invocare un approccio rituale anche al momento della morte, a casa, in ospedale, durante la sedazione o al momento dell’eutanasia?

 

Toccanti sono le pagine in Ringlet si racconta celebrazioni da lui vissute nelle condizioni di eutanasia, una situazione molto delicata ma anche estremamente eloquente. L’autore è noto in Belgio per il suo impegno nel campo delle cure palliative e per aver accompagnato persone in fin di vita, inclusi coloro che hanno scelto l’eutanasia. Per lui, il celebrante deve essere presente non per giudicare, ma per offrire una “carezza rituale” che riconosca la dignità della persona fino all’ultimo istante. Critica i “funerali in serie”, i riti ecclesiastici o laici troppo standardizzati e “freddi”. Sostiene che l’addio debba essere personalizzato: ogni vita è un’opera d’arte e il suo finale merita un’estetica propria, fatta di parole, silenzi o simboli che appartengano davvero al defunto e ai suoi cari.

L’idea di rito per Gabriel Ringlet non è legata alla ripetizione meccanica di dogmi o alla conservazione di tradizioni istituzionali. Al contrario, per lui il rito è un organismo vivente, poetico e profondamente umano. Il rito non deve essere un “pacchetto pronto” fornito dalla Chiesa o dallo Stato. Egli sostiene che ogni passaggio della vita richieda una liturgia su misura. Il celebrante non impone il rito, ma lo inventa insieme a chi lo richiede (credenti, agnostici o atei). Si distacca dalle “rubriche” (le regole scritte nei messali) per cercare parole, gesti e musiche che parlino davvero alla storia personale degli individui.

 

In un mondo secolarizzato che ha perso il senso del sacro (quello che il sociologo Marcel Gauchet chiama “disincanto”), Ringlet propone un re-incanto. Il rito serve a ridare profondità alla realtà. Non è una fuga dal mondo, ma un modo per guardare il quotidiano con occhi nuovi. Non si limita ai grandi eventi (nascite, morti), ma si estende a ciò che è considerato “banale”: il riso, il perdono, la cura della natura.

 

Riprendendo concetti antropologici, Ringlet vede l’essere umano come un essere di “passaggio”. Quando viviamo un trauma (malattia, divorzio, lutto), si crea una frattura. Il rito serve a costruire un ponte (un “passaggio di soglia”) per evitare che la persona cada nel vuoto del non-senso. Il simbolo fa ciò che la spiegazione razionale non può fare: unisce l’interno con l’esterno, il visibile con l’invisibile, permettendo di “metabolizzare” il dolore o la gioia.

 

La sua École des rites si situa in una terra di nessuno, una “zona franca”: non è necessariamente un rito cattolico, anche se si nutre della poetica dei Vangeli, è uno spazio dove la spiritualità (intesa come soffio vitale) conta più dell’appartenenza religiosa.